Multiculturalità, plurilinguismo, musicalità sono solo alcune delle parole-chiave dell’universo poetico di Amelia Rosselli, che ci ha lasciati trent’anni fa. Questi termini, per quanto riguarda il percorso biografico e letterario della scrittrice, sono legati tra di loro a doppio filo.
Amelia Rosselli nasce a Parigi nel 1930, nella città in cui il padre, il noto antifascista Carlo Rosselli, aveva cercato asilo politico insieme al fratello. Dopo l’assassinio del genitore, Amelia, insieme alla madre, inglese, e al resto della famiglia, si spostò e studiò in Svizzera, poi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Il peregrinare della famiglia sembra configurarsi, più che come una manifestazione di multiculturalità, come un continuo esodo. Apolidia pare dunque un termine più adatto per definire l’identità della poetessa (anche se lei rifiuterà tutte queste definizioni).
Conseguentemente alle sue origini e alla sua formazione, Amelia Rosselli si esprimeva in tre lingue (italiano, francese e inglese). Si legge frequentemente che il suo trilinguismo fu imperfetto; se pure si può sottolineare l’uso non sempre aderente alle norme grammaticali del suo linguaggio, mai quanto nel suo caso la nozione di imperfezione va distinta da quella di imprecisione.
L’utilizzo non convenzionale dell’italiano da parte della poetessa è anche frutto di un confronto letterario che si verifica su scala internazionale; dalla tradizione surrealista francese, per esempio, la scrittrice attinge un’idea di lingua profondamente musicale. I testi di Rosselli, apparentemente dall’aspetto sghembo, possiedono un’intrinseca e complessa sonorità, libera dal limite dell’ordine e del vincolo a un unico idioma.
La complessità della poetica rosselliana, il suo stile libero e articolato, le hanno procurato negli anni la fama di poetessa pazza e un po’ streghesca; ma la sua poesia, pur caratterizzata da un certo margine di irrazionalità, di disordine, non è esclusivamente connessa alla malattia mentale della scrittrice (che fu costretta nel corso della vita a frequenti ricoveri in cliniche e a trattamenti di elettroshock). La lingua e la poetica di Rosselli ci aprono una finestra sul suo mondo interiore, un fluire di immagini, pensieri e suoni scanditi da un ritmo antico, che si riflette anche sullo spazio della pagina. Per questo motivo nella raccolta Serie ospedaliera del 1969, le poesie vengono stampate con una tecnica grafica che rimanda alla macchina da scrivere: la suggestione dell’immagine per Rosselli accompagna necessariamente quella musicale, in un connubio inscindibile che nasce da una forma che deve essere spezzata, snaturata solo per poi essere restituita come portatrice di una più profonda verità.
Agli “errori” linguistici di Amelia Rosselli, Pasolini aveva dato il nome di lapsus, da non intendersi in senso strettamente psicanalitico, ma come strumento consapevole e voluto di ricerca poetica.
≪Il lapsus, come Pasolini afferma con acutezza, è infinitamente più efficace là dove è isolato, dove funziona come un piccolo ordigno che minaccia il processo della comunicazione≫ (Emmanuela Tandello, Saggio introduttivo, in Amelia Rosselli, Opere, a cura di Stefano Giovannuzzi, Milano, Mondadori, 2012, p. XX). è quello che accade in una poesia come Cercare nel rompersi, contenuta nella raccolta Serie Ospedaliera (1969):
Cercare nel rompersi della sera un nascondiglio
meno adatto di questo che stimola i miei
riflessi in lunghe nappe obbligatorie. O
ritrovare tra le erbe frammiste di tenerezza
un’obbligatoria crudeltà il giorno che
tu fermasti gli occhi al solco della primavera
incantando un mondo di bestie con vetrali
lacrime che non scendevano ma s’imbrogliavano
nel tuo sonno tutto rose.
Cercare nel sonno che concede qualche mal
posto ristoro un’ombra gracile che fu quella
giovinezza persa fra stenti,
quando doravi il libro d’ore.
In merito all’utilizzo della parola nappe (v. 3), composto di ‘tappe’ e ‘nap’ (sonnellino in inglese), la studiosa Emmanuela Tandello commenta:
≪È una lingua angolare, strana, che parla da un margine, da un territorio altro, costellata di piccole esplosioni, ma anche di buffe e umoristiche trappole nelle quali il lettore è incoraggiato a cadere [...] Il nascondiglio cercato nella sera, in Cercare nel rompersi, e il riposo a cui conduce sono anche quelli della morte, a cui la tappa / sonnellino [nap] ironicamente sottrae il Soggetto, sia pure solo per poco≫ (Ivi, p. XXI).
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