Che guerra sarà, Fabio Mini
Dal passato ai futuri possibili: due libri e due grandi visioni del mondo messe a confronto.
“Chi sono davvero? Cosa significa essere se stessi nel mondo?”
Una selezione di letture per esplorare la costruzione dell’identità, tra coraggio, fragilità e scoperta interiore.
"Non possiamo cambiare il futuro se non impariamo prima a vedere ciò che siamo diventati." Cecità morale. La perdita di sensibilità nella modernità liquida, Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis Bauman analizza con lucidità la depauperazione del linguaggio, la violenza e la brutalità diffuse dai media, e le collega alla mercificazione dell’università e dell’istruzione, al disprezzo degli studi umanistici, in un mondo dove la tecnologia corre più veloce della politica, diretta verso una vera e propria rivoluzione tecnocratica. Il divorzio tra potere e politica fa sì che la rete degli Stati-nazione non sia più un soggetto capace di tracciare nuovi sentieri o di riparare ai propri errori. La “rivolta dei ricchi contro i poveri”, in corso da trent’anni, ha prodotto precariato, incertezza esistenziale, atomizzazione, e sofferenze che non uniscono ma dividono. Bauman cita Milan Kundera per descrivere la nascita di nuovi professionisti dei media: gli “imagologi”, ingegneri e distributori di immagini, fabbricatori di mondi. Per opera loro, la realtà finisce per dissolversi, mentre la politica si “fictionalizza”, trasformandosi in spettacolo, popolato da politici-intrattenitori. Eppure, in questo quadro così complesso e compromesso, Bauman individua anche forze che possono ancora cambiare il corso della storia: “Armi apparentemente semplici come l’amore, l’amicizia e la lealtà — e la creatività, che ne è l’onesta e fedele levatrice.” Su tutte, si staglia la figura simbolo di Václav Havel, che secondo Bauman “aveva solo tre armi: speranza, coraggio e tenacia”. Che guerra sarà, Fabio Mini L’assunto di partenza è chiaro: la guerra è sempre stata parte della storia dell’uomo, mossa dalla sete di potere. Nelle società democratiche di oggi, la ricerca del potere resta il motore delle azioni dei governanti: attraverso il denaro, le informazioni, il controllo sulle risorse e sulle persone. Tuttavia, l’uso di questi strumenti viene justified solo quando si crea un’urgenza o una crisi. Perciò — spiega Mini — “più che nel passato, oggi è necessario tenere i governati in uno stato permanente di agitazione e paura: la guerra e la minaccia della guerra consentono di creare l’insicurezza e mantenerla al livello di parossismo necessario all’uso del potere.” La tecnologia ha introdotto nuovi sistemi d’armamento: combattimenti a controllo remoto, piattaforme robotizzate, armi autonome. La guerra accade ovunque, in modi invisibili, con tutti i mezzi, spesso senza scopo, per il profitto di pochi e l’eccitazione di molti. La guerra — osserva Mini — è organizzata per non finire mai. È lo stato di guerra perpetua, promosso dalle classi dominanti, che così mantengono la propria superiorità. Come sottolinea Noam Chomsky, la preparazione alla guerra è diventata un business globale, gestito non più dagli Stati ma da oligarchie private. Queste organizzazioni traggono profitti enormi, impongono sacrifici e ingiustizie, e sostengono di farlo “in nome della pace”. Mini analizza anche gli scenari futuri: tra il 2030 e il 2050, il programma di ammodernamento nucleare degli Stati Uniti prevede difese missilistiche avanzate, droni navali e spaziali, soldati-robot e superumani a intelligenza aumentata. Già nel 2001, con il progetto di Augmented Cognition, si annunciava la possibilità di aumentare di sei volte la capacità umana di interfacciarsi con macchine sempre più veloci e potenti. La guerra, spiega Mini, rende più del commercio, più della pace, più della distruzione stessa. La guerra che conviene ai manovratori della politica, dell’economia e della finanza non è quella nucleare, ma quella globale e diffusa, che non scoppia ma striscia: una guerra che produce massacri in un luogo e permette, poco distante, di continuare a vivere nella normalità. Una guerra che si consuma in sequenze, in zone diverse, spesso invisibile, ma sempre presente in televisione. La generazione Z avrà il compito di sostenere — o di evitare — l’annientamento nucleare. Sarà immersa nella guerra globale e perpetua, e forse arriverà a scambiarla per pace. Potrebbe essere l’ultima generazione capace di procreare individui davvero senzienti e liberi. Per questo, scrive Mini, spetta a noi vigilare su chi accumula profitti preparando la guerra, mentre organizza la propria fuga verso rifugi dorati già individuati. “Esistono diversi futuri possibili, che diventano più o meno probabili a seconda delle scelte che facciamo oggi.”Leggi l'approfondimento
— Zygmunt Bauman
“In questo libro avanzo l’ipotesi che l’universo abbia coscienza e libero arbitrio da sempre”. Faggin si definisce “tradito” dal materialismo scientifico cui aveva aderito in gioventù e confuta il concetto di coscienza come epifenomeno del cervello, a partire dalla sua esperienza in campo tecnologico, da considerazioni sulla fisica quantistica e mosso da una profonda crisi personale. La tesi è l’irriducibilità e la irriproducibilità della coscienza umana che propone “un modello della realtà basato sull’idea che la consapevolezza sia una proprietà che non deriva dalla materia.” L’intelligenza artificiale elabora i simboli, mentre la comprensione è proprietà non algoritmica fondamentale della coscienza a cui è connaturata l’attribuzione di significato, propria solamente degli organismi viventi. Faggin porta l’ esempio di Chat gpt “in grado di elaborare ben 175 biliardi di parametri: una rete di relazioni probabilistiche abbastanza potenti da far dire al pc cose che sembrano pensate, ma in realtà il pc non pensa niente.” La questione fondamentale non è la pericolosità in sè dell’intelligenza artificiale ma quella ineludibile che nasce dalla domanda “Chi siamo noi, che costruiamo l’intelligenza artificiale e con quali scopi?”Leggi l'approfondimento

Nel corso di cinque notti, un giovane uomo insoddisfatto interroga un saggio maestro circa la possibilità di essere felici. Il giovane uomo crede che la felicità sia un’illusione sfuggente, in un mondo caotico e pieno di contraddizioni, in cui tutti vogliono apparire e si sentono in perenne competizione tra loro. Il saggio invece è convinto che il mondo sia un luogo semplice, in fondo, e che la felicità sia alla portata di tutti: basta vivere nel presente lasciando andare il passato, essere se stessi senza farsi condizionare dal giudizio o dalle aspettative degli altri, non voler sembrare sempre i migliori. Che cosa serve dunque? Il coraggio. Di scegliere, di cambiare, di essere liberi. In questo dialogo lungo cinque notti, eppure senza tempo, è racchiuso un segreto. Un segreto che riguarda tutti noi, e che ci trasformerà, se saremo aperti ad accoglierlo. Un segreto che ci permetterà di guardare a fondo dentro noi stessi con sincerità assoluta, di liberare tutto il nostro potenziale e infine di ritrovarci, senza sforzarci di piacere per forza a tutti. Un segreto che ci condurrà all’essenza stessa della felicità. «Il coraggio di non piacere accompagna i lettori nel cammino verso la felicità e un cambiamento duraturo. A chi è alla ricerca di risposte su se stesso e sulla vita, Kishimi e Koga offrono una conversazione davvero illuminante.» - Library JournalLeggi l'approfondimento
Oliver Sacks è un neurologo, ma il suo rapporto con la neurologia è simile a quello di Groddeck con la psicoanalisi. Perciò Sacks è anche molte altre cose: «Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia». Questo libro può aiutare a spiegare perché abbia raggiunto un pubblico vastissimo. Nella maggior parte, questi casi – ma Sacks li chiama anche «storie o fiabe» – fanno parte dell’esperienza dell’autore. Così, un giorno, Sacks si è trovato dinanzi «l’uomo che scambiò sua moglie per un cappello» e «il marinaio perduto». Si presentavano come persone normali: l’uno illustre insegnante di musica, l’altro vigoroso uomo di mare. Ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del sé. Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non può neppure essere ipnotizzato perché non ricorda le parole dette dall’ipnotizzatore un attimo prima. Che cosa vive, se non sa nulla di ciò che ha appena vissuto? Rispetto alla normalità, tutti i «deficit» o gli eccessi di funzione sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel «telaio incantato» del cervello. Sacks riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti altrimenti muti.Leggi l'approfondimento
Con brutalità e con delicatezza, con frasi che ogni volta hanno un filo perfettamente tagliente, Cioran vaga in questo libro non già intorno ai «problemi», come fanno spesso i filosofi, ma intorno alle «cose», come fanno i pochi che pensano veramente – e, fra le tante cose, intorno a quella unica che non cesserà mai di torturarci e di travolgerci: il puro fatto di «essere nati», quella rinuncia primordiale alla possibilità che costituisce la nostra esistenza. In questo libro, più che mai prima, Cioran si avvicina a certi temi, a certi modi dei buddhisti più radicali. E forse proprio questa diversione verso l’Oriente, verso la sua asciuttezza dinanzi alle cose ultime, gli permette di trovare un passo aspramente idiosincratico, un’andatura insofferente verso tutto, soggetta però ad «accessi di gratitudine per Giobbe e Chamfort, per la vociferazione e il vetriolo». È il passo di una lunga deambulazione notturna, da cui nasce e si concatena questa sequenza di aforismi, annotazioni, aneddoti, in un tentativo di evasione «dalla Specie, da questa turpe e immemoriale marmaglia».Leggi l'approfondimento
L'autore ripensa in modo originale le più diffuse psicopatologie del disagio contemporaneo della civiltà: anoressie, bulimie, obesità, tossicomanie, depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni. La sua tesi è che in tutte queste nuove forme del sintomo il soggetto dell'inconscio, cioè il soggetto del desiderio, non sia più il protagonista della scena. Piuttosto, al centro della nuova clinica è la difficoltà soggettiva di accedere al desiderio, è l'assenza, lo spegnimento, la morte del desiderio. Prevalgono l'apatia, l'indifferenza, le sensazioni di vuoto e la fatica di esistere. Il soggetto ipermoderno appare come un soggetto smarrito, senza centro, dominato dalla spinta compulsiva a un godimento solitario (narcisistico e cinico) che esclude lo scambio simbolico con l'Altro. L’uomo senza inconscio allarga il discorso sociale contemporaneo della crisi di identità con la descrizione della formazione di nuovi assetti psicopatologici, difatti non è possibile slegare la clinica singolare del soggetto da quelle che sono le trasformazioni societarie. Si evidenzia una mancanza del concetto di limite che permea la modernità.Leggi l'approfondimento