Matsuo Bashō, pseudonimo di Matsuo Munefusa, (Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) è stato un poeta giapponese del periodo Edo (1603 – 1868), forse il massimo maestro della poesia haiku. Figlio di un samurai di basso rango e al servizio di un nobile locale, Todo Yoshitada, con cui si divertiva a scrivere haiku, brevi componimenti di solito composti da tre versi. In seguito fu ordinato monaco zen e divenne famoso con una sua scuola ed allievi sempre più numerosi. Tramite l’haikai (haiku), Bashō sviluppò la poetica zen, liberando la poesia giapponese da quei vincoli che l’avevano resa troppo intellettuale e farraginosa. Il suo renga di haikai influenzò tutta la poesia giapponese di età moderna. Viaggiatore instancabile, descrive spesso  l'esperienza del viaggio. 

Vado e vengo
 come villan da riso
 io viandante

La sua estetica unisce ai dettami dello zen una sensibilità nuova che caratterizza la società in evoluzione: dalla ricerca del vuoto, la semplicità, la rappresentazione della natura, fino ad essenziali ma vividi ritratti della vita quotidiana e popolare. Alla base dello zen i concetti di mu (nulla) e kū (vacuità), che ispirarono numerose discipline: la via dell’arco (kyudō), la via della spada (kendō), la cerimonia del tè (chanoyu), il teatro nō, l’arte di disporre i fiori (ikebana) e lo haiku. L’haiku nacque nel periodo Muromachi (1392-1573) quando divenne popolare l’abitudine di riunirsi a comporre waka, in gruppi in cui ogni partecipante, a turno, componeva un emistichio su un tema scelto in precedenza. Questa forma di poesia collettiva prese il nome di renga (poesia a catena). Nel 1694, a Ōsaka, Bashō detta a un discepolo il suo zetsumeishi (lett. poesia di fine vita):

Viaggio malato
sognando di percorrer
campi deserti

e, prima di spirare, raccomanda ai propri seguaci di non chiudere lo haikai entro regole troppo ferree: “Il fiore dello haikai è nella novità”.
Temi cari alla scuola di Bashō sono: la consapevolezza del passare del tempo, la bellezza delle cose semplici, l’espressione di ciò che è immutabile ed effimero insieme.

Nulla rivela
nel canto di cicala
 la fin vicina

Una poesia rivolta alla contemplazione della natura, in cui è tipica la presenza di un kigo (parola stagione), cioè il nome di una pianta, di un animale, di una condizione climatica o astronomica o di una qualunque attività tradizionalmente riconnessa a una stagione. Se si volesse esaminare il più famoso dei componimenti di Bashō, del 1686:

Un vecchio stagno
salto di una rana
 un suono d’acqua

“si potrebbe trovare addirittura la conferma dei più moderni principi della fisica: il vecchio stagno evoca il tempo e così il salto della rana, che attraversa lo spazio, e il suono, che si diffonde nel tempo e nello spazio. I tre eventi, ognuno privo di autonoma consistenza (muga), l’acquistano grazie all’interagire uno con l’altro: senza il vecchio stagno non ci sarebbe il salto di una rana né conseguentemente il suono d’acqua. Questo è il miracolo dell’haiku: rivelare il macrocosmo, mostrando un’infinitesima porzione del microcosmo. Un nulla che è tutto, un attimo brevissimo che è l’eternità senza tempo”.  Come recita lo Hridaya-Sūtra: “Forma è vuoto, vuoto è forma”. 

Le nubi di tanto in tanto
ci danno riposo
mentre guardiamo la luna. 

Secondo lo studioso Reginald Blyth, un haiku è “espressione di un’illuminazione momentanea, nella quale riusciamo a cogliere l’esistenza delle cose”. Sempre secondo Blyth: “Lo haiku […] ci presenta la cosa priva di tutte le nostre contorsioni mentali e degli offuscamenti emotivi; o meglio, mostra la cosa che esiste al tempo stesso dentro e fuori la mente, perfettamente soggettiva, noi stessi indivisi dall’oggetto, l’oggetto nella sua unità originaria con noi stessi… È una via per tornare alla natura, alla nostra natura luna, alla nostra natura fiore di ciliegio, alla nostra natura foglia che cade, in breve alla nostra natura Bud­dha”. Di Bashō sono inoltre famosi i diari di viaggio, alla riscoperta dei luoghi cantati dalla letteratura del passato, costituiti da una fusione perfetta tra prosa e poesia. L’haiku ha influenzato la poesia occidentale novecentesca: ricordiamo i poeti americani Kerouac, Pound, Sylvia Plath. Nella poesia italiana ricordiamo D’Annunzio, Ungaretti, Quasimodo, Saba, Zanzotto

In GalileoDiscovery
Consigliati dalle Biblioteche Civiche

Il grande libro degli haiku” a cura di Irene Starace. Roma. Elliot 2014

Attraverso cinquecento haiku (con testo a fronte e traduzione fonetica) si vuole ripercorrere la storia di questo componimento: dall’amore per la natura del grande maestro del XVII secolo Matsuo Basho all’ironia malinconica di Issa, dal simbolismo novecentesco di Ogiwara Seisensui alla denuncia sociale di Kaneko tota. Un percorso che restituisce una visione del mondo alla cui base vi è l’unità del tutto, in una lezione di enorme valore etico ed estetico.

Basho ”Piccolo manoscritto nella bisaccia” a cura di Lydia Origlia Milano, SE, 2000

Il poeta nel 1687 intraprende un viaggio di sei mesi raccontato nel “piccolo manoscritto della bisaccia” pubblicato postumo dal discepolo Kawai Otokuni nel 1709. Una sorta di diario in versi e prosa dove ogni tappa del cammino  assurge a momento di pura contemplazione per il poeta che si definisce “una foglia in balia del vento”. Laddove la poesia diventa “un seguire la natura, una dimestichezza con le stagioni”